Aug 25 2015

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Sequenze di tag nel TagManager

autore: Marco Cilia categoria: tagmanager tag: ,

Una delle più recenti e utili aggiunte al TagManager è quella delle “sequenze di tag“: si è sempre detto infatti che i tag lanciati sono tutti asincroni, e che il TagManager li lancia appena può. Questo è sempre vero, anche se in realtà esistono da tempo almeno alcuni strumenti che provano a mitigare il problema.

agganciare i tag a diversi eventi del TagManager: un tag agganciato a gtm.js verrà SEMPRE sparato prima di uno agganciato a gtm.dom, a sua volta lanciato prima di gtm.load. Si tratta di conoscere l’ordine con cui sono eseguiti i tre eventi fondamentali che avvengono sempre al caricamento di una pagina

– usare la “priorità di attivazione dei tag” nelle opzioni avanzate di un tag: di default i tag hanno tutti priorità 0, ma se si varia quel numero con uno maggiore, il GTM proverà a inviare prima quelli con il numero più alto. Nessuna garanzia di successo, in ogni caso…

– usare eventCallback o “hit richiamata”, che sono proprietà che hanno gli eventi su TagManager e i tag di Analytics: ogni volta che un push viene fatto o un tag GA viene eseguito, si può conoscere lo stato di OK o KO ed eseguire un altro comando. Maggiori dettagli in questo post di Simo Ahava

– giocare – pericolosamente – con catene di dataLayer.push(), custom HTML tag e attivatori specifici

L’opzione nativa di sequenza dei tag invece permette di specificare, dato un tag che chiameremo PRINCIPALE, un tag da eseguire PRIMA di esso (Simo li chiama setup tag) e un tag da eseguire DOPO di esso (cleanup tag). E’ possibile specificare se i tag dipendenti devono essere lanciati o no quando un tag non completa con successo il suo compito. Di default le opzioni dicono che non si blocca nulla, ma avete comunque la possibilità di variare la scelta. La cosa funzione anche per i tag di tipo custom HTML, anche se in maniera un po’ più complessa e tramite l’uso della nuova variabile HTML ID: per questo punto vi rimando direttamente al post di Simo che è sufficientemente articolato.

Poiché uno stesso tag può essere chiamato con un evento principale (ad esempio, l’apertura di una pagina) e anche come tag di setup e cleanup di un altro tag su un’altra pagina o di un evento sulla stessa pagina, si pone il problema di evitare gli invii multipli: questo compito è assolto da un’altra nuova opzione che si chiama “opzioni di attivazione del tag” e che presenta le seguenti scelte: illimitata (il tag viene sparato sempre), una volta per evento (il tag viene sparato solo una volta all’interno dello stesso evento GTM), una volta per pagina (il tag viene sparato solo una volta sulla pagina corrente).
Quest’ultima opzione ci viene in aiuto anche in altri casi particolari dove vogliamo evitare la duplicazione dell’invio di tag particolari (penso ad esempio ai contatori) nel caso in cui la configurazione corrente consenta di farlo; prima era necessario scrivere e duplicare parecchie regole ed eccezioni, adesso possiamo demandare questo lavoro direttamente al Google Tag Manager.


Aug 12 2015

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La trasformazione del report AdSense

autore: Marco Cilia categoria: report tag: ,

Stando a quanto dichiarato qualche giorno fa dall’account ufficiale Google+ di Analytics, presto vedremo comparire nei nostri Google Analytics una nuova sezione all’interno del gruppo di report “comportamento”: si tratta dei report “publisher”. In sostanza i report AdSense vengono assorbiti dentro a questa nuova sezione, e per chi usa solo questa piattaforma non cambia nulla se non il nome dei report. Tuttavia, ci tiene a precisare Google, dentro a quei report possono finire – previo collegamento da fare tramite il pannello di amministrazione – anche le performance di Ad Exchange Seller
Purtroppo al momento vedo in un mio account i nuovi report, ma se provo ad iniziare la procedura di collegamento mi viene fuori sempre un errore di risorse non disponibili, per cui non riesco a dare dettagli aggiuntivi rispetto a quanto dice Google nel suo post.


Aug 02 2015

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Non ti funzionano più i filtri IP? colpa del garante :)

autore: Marco Cilia categoria: codice di monitoraggio tag: , ,

Una delle azioni che praticamente tutti si sono prodigati a mettere in atto, per trasformare il cookie di Google Analytics da profilazione terza parte a tecnico secondo le indicazioni del garante, è stata quella di anonimizzare l’invio dell’indirizzo IP completo ai server di Google. Io stesso sulle prime ho risposto a chi mi chiedeva quali fossero le conseguenze con un laconico “perdi un po’ di precisione nei report geografici, ma niente altro”.

Al fine di salvaguardare l’impegno preso Google invece procede ad eliminare l’ultimo ottetto degli indirizzi IP ricevuti insieme ai dati di GA prima possibile, in modo da ridurre praticamente a zero le possibilità di registrarlo da qualche parte. Con “prima possibile” purtroppo si intende PRIMA dell’elaborazione, quindi anche prima dell’applicazione dei filtri.

La cosa (“in nessun momento viene scritto su disco l’indirizzo IP completo“) è chiarita in modo limpido in questa pagina dell’help:

Ad esempio, l’indirizzo IP 12.214.31.144 potrebbe essere modificato in 12.214.31.0. Se l’indirizzo IP è un indirizzo IPv6, gli ultimi 80 bit dei 128 vengono impostati su zero. Solo al termine di questo processo di anonimizzazione la richiesta viene scritta su disco per l’elaborazione. Se viene utilizzato il metodo di anonimizzazione IP, in nessun momento viene scritto su disco l’indirizzo IP completo, in quanto tutta l’anonimizzazione avviene nella memoria quasi istantaneamente dopo che la richiesta è stata ricevuta.

Se quello fosse proprio l’indirizzo IP dei dipendenti di un’azienda che prima dell’anonimizzazione era filtrato da un normale filtro IP, di colpo il 144 non viene più trovato (è sostituito da 0) e il filtro smette di funzionare.

La soluzione “cambio 144 con 0 nel filtro” sarebbe praticabile, ma escluderebbe anche altri 255 indirizzi IP validi. Al momento vedo alcune altre soluzioni percorribili, ma quelle più solide comportano un discreto sviluppo per comprendere anche i casi più difficili (configurazioni di rete particolarmente complesse in aziende medio-grandi). Ovviamente il TagManager ci può venire in aiuto, ma è basato su javascript e javascript non conosce l’indirizzo IP del client dove gira, quindi serve comunque uno sviluppo più o meno complesso, sempre a seconda della complessità in gioco.
Per tutto il resto, prendetevela col garante 😀


Jul 15 2015

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L’unico sensato – ma ancora da venire – modo di bloccare i ghost referrals

autore: Marco Cilia categoria: generale tag: , , ,

Questo post è il complementare dello scorso “L’unico vero – ma insensato – modo per bloccare i ghost referrals” e ne riprende naturalmente il titolo :)

Si diceva che se Google dovesse fare un sistema di blocco preventivo dei ghost referrals dovrebbe studiare un sistema simile a quello descritto nel post, almeno a detta del sottoscritto. Si diceva nei commenti che forse un altro modo potrebbe essere un “segnala come spam” simile a quello di Gmail, ma che la cosa potrebbe avere problemi di workflow di approvazione.

Com’è, come non è, oggi thesempost.com ci informa che Adam Singer, Analytics advocate a Google, ha detto chiaramente durante il Mozcon che Google sta lavorando per risolvere il problema alla radice. Non ci sarà quindi da rivolgersi a terze parti ma soprattutto Singer – secondo l’articolo – ha detto che Google sta lavorando al problema in modo che la soluzione sia scalabile, ovvero che possa risolvere il problema adesso e per sempre, anche se gli spammer cambiassero i loro pattern di invio dei dati fasulli. Sembrerebbe quindi un qualcosa più simile ai filtri antispam di Gmail, ma ovviamente senza prima vederlo in azione non possiamo sbilanciarci troppo.

La creazione di un sistema definitivo spiegherebbe anche la relativa latitanza da parte di Google negli ultimi mesi durante i quali il problema è balzato alle cronache. Meglio tardi che mai, no? :)


Jun 30 2015

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L’unico vero – ma insensato – modo per bloccare i ghost referrals

autore: Marco Cilia categoria: codice di monitoraggio tag: , , ,

Sul fenomeno dei cosiddetti ghost referrals hanno scritto più o meno tutti, ma come direbbe il buon Corrado Guzzanti interpretando uno dei suoi personaggi più riusciti (Quelo) “la risposta che cerchi è dentro di te. Solo che è SBAGLIATA!” :)

I ghost referrals sono delle visite che vengono registrate dai vostri Google Analytics, ma che non sono originate da veri e propri visitatori sul vostro sito. “sono bot?” no, non sono nemmeno bot, o meglio non nel senso classico con cui siamo abituati a pensare a un agente automatico che NAVIGA il sito. La gente ha difficoltà a comprendere ciò che non riesce a visualizzare, e in questo caso ciò che non riesce a visualizzare è che da qualche tempo si possono inviare dati a Google Analytics anche SENZA l’ausilio del tipico codice javascript, attraverso una cosa chiamata Measurement Protocol.

Intendiamoci, è una cosa che si è sempre potuta fare, bastava copiarsi una richiesta HTTP dell’immagine _utm.gif che veniva usata – prima di Universal Analytics – per inviare i dati ai server Google e che conteneva nei parametri tutte le informazioni necessarie al calcolo delle visite. Con il measurement protocol la cosa è stata standardizzata e ufficializzata, dando peraltro l’avvio a tutta una serie di nuove possibilità di tracking veramente incredibili (tracciare la macchinetta del caffé?)
Quello che accade è che un qualche server da qualche parte del mondo viene istruito per comporre ed effettuare centinaia di chiamate fasulle a tutte le property del mondo. Che sia un fenomeno distribuito e completamente automatizzato se ne è accorto il mio amico Enrico Pavan creando una property di un sito inesistente che ha iniziato a tracciare visite da ghost referrer, ed è confermata da alcune opinioni secondo cui le property che terminano con numeri diversi da 1 (tipo UA-XXXXXXXX-2 e oltre) non sono soggette al problema. Ora, perché non potete semplicemente fare un filtro? perché gli spammer vincono sempre, sono troppi e fanno grossi danni con poco sforzo: voi passate 3 ore a configurare 80 filtri? domani qualche spammer cambierà una lettera nel pattern delle informazioni che invia e passerà i filtri. Quindi, tanto per essere chiari:

  • potete usare la “lista esclusione referral” che trovate nella configurazione della property? no, per il motivo sopra ma SOPRATTUTTO perché essa serve a trasformare in dirette (e quindi a non sovrascrivere la sorgente di traffico) le visite da alcuni domini. Quindi peggiorereste il problema
  • potete filtrare uno a uno i domini referrer? se proprio volete farlo, il buon vecchio Simo Ahava ha creato un tool per voi, lo spam insertion tool che vi evita gran parte del lavoro. Ma tanto poi lo dovrete mantenere nel tempo…
  • potete fare un filtro di inclusione che includa solo le visite al vostro dominio/hostname? tra tutte le alternative è forse quella che può mitigare meglio il problema, ma poiché anche l’hostname può essere inviato come parametro del measurement protocol, alcuni spammer particolarmente ostinati potrebbero aggiungere della logica per controllare l’UA su ogni host e bypassare il problema

e quindi? quindi l’unica soluzione secondo me valida dal punto di vista tecnico, ancorché completamente insensata, l’ho letta sul blog di Himanshu Sharma, Optimizesmart e consiste in un complicato metodo di codifica/decodifica di tutte le hit inviate. Per la precisione:

  1. Si decide una stringa di sicurezza, ad esempio “dhffjsrr12353fdf4253kc“, per mantenere il suo esempio
  2. Si antepone la stringa di sicurezza a tutte le chiamate a GA. Per farlo si modifica il codice di GA ad esempio così
    ga('send', 'pageview','dhffjsrr12353fdf4253kc' + location.pathname); o si usa un TagManager. ATTENZIONE che l’esempio riportato tronca tutte le query interne, quindi ad esempio la pagina /ricerca.html?key=asd viene tracciata solo come /ricerca.html. Dovrete ingegnarvi con un po’ di javascript per gestire tutti i casi.
  3. Si crea un filtro di inclusione di tipo custom con “includi – URI della richiesta – corrisponde a espressione regolare – ^/dhffjsrr12353fdf4253kc
  4. Si crea un filtro cerca e sostituisci per evitare di avere nei report degli URL orrendi. quindi filtro custom – cerca e sostituisci – URI della richiesta – cerca ^/dhffjsrr12353fdf4253kc/ – sostituisci con /. Nell’ordine dei filtri questo deve stare sotto al precedente, altrimenti non funziona nulla

Come vedete è una soluzione radicale, che va aggiustata e testata per bene prima di essere portata in produzione, e che a me sinceramente fa anche abbastanza orrore, concettualmente, perché costringe tutti a un lavoro grande e potenzialmente pericoloso per i dati. Ma è anche vero che se dovessi pensare a un metodo radicale per Google di evitare a tutti noi i ghost referrals senza uccidere il measurement protocol non mi viene in mente qualcosa di tanto diverso. Magari la chiave di sicurezza potrebbe essere generata direttamente da GA, e così il filtro di inclusione e replace, e il codice di monitoraggio potrebbe già essere fornito funzionante, ma la sostanza del problema non cambia di molto.


Jun 25 2015

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Lavora sempre al meglio. E possibilmente migliora ancora!

autore: Marco Cilia categoria: generale

bandiera grecaSono appena tornato da dieci giorni di vacanza in Grecia, posti magnifici, cibo ottimo, relax, mare e cultura.
Perché ve ne parlo qui? perché c’entrano Google Analytics e il digital marketing. Seguitemi:

Appena esaurita la prima carica del MacBook Air estraggo l’alimentatore solo per scoprire con orrore che il mio cavo terminale finisce con una spina a tre denti (tipo L italiana, con messa a terra) mentre in Grecia usano prese con Europlug (due fori) o comunque Schucko. Figure su Wikipedia.
Chiedo al ragazzo dell’hotel in cui alloggio se ha un adattatore, e me ne procura uno, ma il Mac non si ricarica. “Che computer hai?” mi dice. “MacBook Air” rispondo. “Gimme five! anche io. Ti presto il mio alimentatore”.
Ovviamente lui aveva il modello vecchio (connettore MagSafe) e io quello nuovo (MagSafe 2 – grazie Apple!) quindi al mattino sono punto e a capo, col computer morto. “Ti presto il mio, che lavoro fai?” “mi occupo di digital marketing” “fantastico! sai che ho appena rifatto il sito? magari puoi darmi qualche consiglio!”. Mi sembra ovviamente il minimo, data la sua estrema gentilezza, e quindi iniziamo a parlare dopo che gli ho precisato che in particolare mi occupo di Digital Analytics.

“ah si! ho Google Analytics, te lo faccio vedere, dimmi se secondo te è a posto, perché io ho dei dubbi”. E inizia a mostrarmi il pannello spiegandomi i problemi: i dati del sito vecchio non ce li ha più, gli hanno fatto aprire un account nuovo “perché era meglio” (in realtà la vecchia agenzia lo ha tagliato fuori dai vecchi dati). Il sito ha un booking engine esterno, niente cross domain tracking. Il profilo non ha nemmeno un goal configurato, gli dico che almeno almeno dovrebbe avere la thankyou post prenotazione e l’invio della form dei contatti.
“ma questa Agenzia è partner certificato?” gli chiedo; non perché questo sia una garanzia assoluta, ma insomma un minimo… “si si” mi assicura, eppure io sull’elenco dei partner non la trovo. “guarda la firma nelle mail”, che ovviamente riporta il logo Google Analytics Qualified Individual.

Insomma, dopo due in ogni caso piacevoli sessioni da mezz’ora (si, perché anche dopo aver switchato i cavi terminali non andava – alla fine era proprio morto l’alimentatore) sono costretto a sentenziare “mi dispiace, cambia agenzia. In questo campo non mi sembrano proprio a loro agio”. La morale che ne ho tratto è questa: lavora sempre al meglio delle tue possibilità, non approfittarti di nessuno, non mentire, ammetti i tuoi limiti, non fare (male) cose che non sai fare bene. Sii onesto e cerca sempre sempre di migliorare, perché anche se lavori per il cliente microscopico nel più remoto angolo del paese, prima o poi alla lunga i nodi vengono sempre al pettine :)


Jun 14 2015

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TagManager vendor template

autore: Marco Cilia categoria: tagmanager tag: ,

Uno dei due ingegneri a capo del Google Tag Manager – Brian Kuhn – ha da poco annunciato una novità molto importante: il prodotto ora introduce uno standard aperto per la creazione dei template dei tag, e soprattutto demanda ai singoli vendor la loro creazione tramite un processo di iscrizione – submit, testing&verifica e approvazione: il tag template program.

Se avete mai fatto delle installazioni un po’ corpose avrete usato quasi sicuramente tag di Analytics e AdWords: per essi ci sono dei comodissimi template che rendono il lavoro veloce, facile e praticamente a prova di errore. Se avete aggiunto dei tag diversi (Criteo fino a qualche tempo fa, ma anche solo un conversion pixel di Facebook al quale passare la revenue di un acquisto) avrete dovuto giocare con i tag HTML custom, con il rischio di perdere tempo nel capire come mai il tag non funzionava o peggio il contenitore non validava. Una volta ho perso più di mezz’ora su un tag HTML custom perché mancava un apostrofo su migliaia di caratteri.

Questo da ora in poi potrebbe ridursi, perché ogni strumento di marketing che richiede tag ha la possibilità di iscriversi al programma e di creare in autonomia i suoi template, che dopo essere stati validati da Google saranno resi disponibili agli utenti di tutto il mondo. La prima infornata di questi nuovi tag comprende:

  • Affiliate Window
  • Ve Interactive
  • Neustar
  • Eularian
  • Mouseflow
  • Nudge
  • SearchForce
  • TradeDoubler
  • Google Consumer Surveys

Il Tag Manager vuole diventare uno strumento sempre più facile da gestire e alla portata di tutti, e questa mossa sono certo che vada nella direzione giusta


Jun 06 2015

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Perché non parlo della cookielaw?

autore: Marco Cilia categoria: cookie tag:

Vi sarete accorti che non ho scritto nulla sulla cosiddetta cookielaw, e per chi mi segue sui social network, che mi sono tenuto a distanza da quasi tutte le conversazioni. E’ stata una scelta deliberata, quando ho capito mesi fa che le cose non sarebbero andate affatto lisce come qualcuno sperava. Qualcuno si aspettava un post almeno a proposito dei cookie di Analytics, ma nemmeno su quelli ci sono certezze.

Per lavoro, so di questa norma da più di un anno, quando ancora era in discussione. Io e l’azienda dove lavoro abbiamo tentato di fornire materiale e risposte per provare a chiarire i punti critici del provvedimento quando ancora non era una legge. Nonostante tutto, è uscita come tutti la conosciamo. La prima cosa che ho capito quando abbiamo iniziato a lavorarci è stata questa: l’interpretazione legale è imprescindibile, e quindi qualsiasi cosa avessi detto o scritto, sarebbe stata sbagliata, semplicemente perché – ed è assurdo, me ne rendo conto – ognuno in quella norma ci legge cose diverse.

Ho finora lavorato con 4 legali diversi, e non c’è una installazione uguale ad un’altra. Ho letto i post di molte persone sui social e sui blog, e ognuno dice tante cose giuste e tante cose enormemente sbagliate, ma poiché tutto si basa su interpretazione, hanno ragione tutti.

Il più grande demerito di questa legge è quello di aver trasformato per sempre i concetti alla base dei cookie. Una cosa universalmente nota (oserei dire binaria) come “cookie di prima parte e cookie di terza parte” (cookie salvati nello stesso dominio che si visita = prima parte, salvati su altri domini = terza parte), un concetto cristallino e inoppugnabile, è diventato un problema insormontabile una volta trasformato in legalese “cookie DELLA prima parte e cookie DELLA terza parte” (cookie creati dal gestore del sito o creati da “altri”): i casi si moltiplicano e si complicano, perché ad esempio un “pezzo di sito” fatto e hostato da un partner diverso dal gestore è una terza parte? quindi i loro cookie tecnici sono di terza parte? e se quel pezzo di sito c’è un pulsante di Facebook, è una terza parte che crea cookie su una terza parte? se invece vale “chi ha deciso di mettere quel pulsante” e sto usando un template già pronto? insomma le complicazioni di questo modo di chiamare le cose sono infinite.

Fine della digressione e del rant, non credo ci saranno ulteriori update in materia su queste pagine.


May 15 2015

Come NON configurare i goal

autore: Marco Cilia categoria: codice di monitoraggio,report tag: , ,

L’altro giorno mi sono imbattuto per l’ennesima volta in uno dei drammi peggiori del web analyst: un sito con un tasso di conversione del 264%. Ovvio, se fosse un ecommerce e tutto fosse perfetto ci sarebbe da stappare lo champagne, ma ovviamente nel 99,9% dei casi si tratta solo di grossolani errori di concetto. Per cui ho pensato che valesse la pena di fare un elenco più o meno esaustivo di cosa NON ANDREBBE fatto su un Analytics e di come eventualmente rimediare gli stessi dati senza distruggere le coronarie dell’analista :)

– non dovreste usare i tipi di goal pagine/visita e tempo sul sito
O almeno, non dovreste usarli impostando metriche molto basse. Questi tipi di goal sono stati introdotti pensando principalmente a siti di contenuto senza obiettivi precisi di lead generation, vendita, eccetera, per dare modo anche a loro di avere un conversion rate. Se però li impostate su “visite che durano più di 30 secondi” o peggio ancora “visite con più di una pagina vista” capite bene che le numeriche spesso sono altissime.
Cosa usare in alternativa:
Con dei segmenti impostati sulle stesse condizioni. In alcuni casi, a seconda della vostra configurazione, un goal “visite con più di due pagine” equivale esattamente al segmento predefinito “visite senza bounce”.

– non dovreste fare dei goal per chi aggiunge item al carrello
Di norma il goal è che le persone comprino, non che aggiungano cose senza comprarle. Diciamo che su questo potrei soprassedere, ma se avete numeriche importanti in tal senso alzate il conversion rate senza motivo. Un semplice evento è più che sufficiente, non disturba il conversion rate e consente comunque di segmentare, nel caso vogliate fare una lista di remarketing di coloro che hanno aggiunto item
Cosa usare in alternativa:
l’Enhanced Ecommerce ha una funzione pensata apposta per questo: un click, una chiamata a GA e va tutto nel report corretto.

– non dovreste fare goal per passaggi intermedi di navigazione
C’è chi configura come goal la visione di una scheda prodotto, e magari ci aggiunge un funnel per chi parte dalla homepage. Questo secondo me è il male (e infatti su Premium c’è addirittura la canalizzazione personalizzata, per ovviare). Un goal è sempre per un evento conclusivo di conversione.
Cosa usare in alternativa:
Dei semplici segmenti sequenza vanno più che bene

– non dovreste fare goal uguali con funnel diversi
Alcune volte mi capita di guardare degli account con dei goal configurati uguali ma con canalizzazioni diverse. E spesso la domanda conseguente è “perché segnano lo stesso conversion rate?”. Beh, perché i goal sono una cosa, la canalizzazione è un’altra. O per essere più precisi, NIENTE di quel che mettete nei passaggi della canalizzazione influisce sul conteggio dei goal.
Se faccio un goal+funnel così

A -> B -> thankyou

e un altro così

X -> Y -> thankyou

molti si aspettano che quando l’utente arriva sulla thankyou passando per A e poi B solo il primo goal venga valorizzato, ma non è così. Entrambi segnano un goal (conversion rate del 200%), il primo con la canalizzazione corretta, il secondo con ingresso dritto sulla thankyou.
Cosa usare in alternativa:
regular expression per specificare i passaggi del funnel. A|X -> B|Y -> thankyou
oppure anche qui segmenti sequenza.

Vi ci ritrovate?


Apr 26 2015

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Dovrei passare al TagManager V2?

autore: Marco Cilia categoria: tagmanager tag:

Da qualche settimana ormai Google ha reso possibile la migrazione alla nuova interfaccia di gestione del TagManager, raggiungibile dall’indirizzo tagmanager.google.com. In precedenza la creazione di un account su quell’indirizzo permetteva di usare la nuova interfaccia, ma la cosa valeva solo per i nuovi account: cliccando su un container in versione “v1” si veniva riportati all’interfaccia precedente.
La cosa era aggirabile al prezzo di esportare completamente il contenitore e reimportarlo nella V2, ma questo costringeva a cambiare l’ID del contenitore sul sito, e quindi a ritaggare almeno in parte le pagine.
La procedura di migrazione, attualmente completamente volontaria, invece permette di trasferire un account (e non un singolo contenitore) dalla vecchia alla nuova interfaccia, e la domanda è: “mi conviene farlo, o posso aspettare che Google migri tutto automaticamente per tutti, a inizio Giugno?”

Beh, la risposta è che la nuova interfaccia cambia in po’ di cose, e il passaggio non è del tutto indolore: è necessario un po’ di tempo e ci vuole un po’ di pratica prima di capire bene come funziona il tutto: la differenza più grande è che ad esempio le Regole si chiamano Attivatori, e sono integrati all’interno dei tag: durante la creazione di un tag si devono fornire sia le informazioni su cosa faccia attivare il tag, sia le informazioni su quanto il tag debba essere attivo (per i clic listener, ad esempio).

Insomma il mio consiglio è quello di andare sulla nuova interfaccia e creare un account di test, fare delle prove e procedere alla migrazione prima dello switch forzato: in questo modo si potranno fare dei piccoli miglioramenti che saranno necessari perché la migrazione per mantenere la compatibilità non effettua uno switch “pulito”. Intendo dire che la situazione che si trova dopo la migrazione, soprattutto per i contenitori più complessi, non è esattamente quella che si avrebbe creando la stessa struttura da zero sulla V2; ovviamente il funzionamento sarà lo stesso, ma sicuramente il tutto sarà migliorabile. Sapere per tempo cosa toccare farà sicuramente risparmiare fatica.